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Ai confini dell’universo con Paolo Ferri

  • Immagine del redattore: vittorio carta
    vittorio carta
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Il quinto libro di Paolo Ferri ha un sapore diverso dagli altri. È un viaggio nella storia dell’esplorazione umana del cosmo che attraversa tutte le fasi della conoscenza e tutte le fatiche del superamento dei limiti e dei confini che, nei secoli, si sono susseguiti e ci hanno spinti a vedere oltre. Fino ai confini dell’esplorazione spaziale, fino ai confini delle osservazioni, fino ai confini dell’universo stesso.


Quanto è grande il nostro universo, oggi? Un po’ più grande di ieri, molto meno di domani, in un processo di espansione per nulla lineare che tanto dipende da come riusciamo a indagarlo. La domanda, che non pretende una risposta di tipo cosmologico, dovrebbe essere piuttosto: fino a dove si estende la nostra conoscenza dell’universo? Fino al confine, mentale, storico, tecnologico e, talvolta, religioso, del nostro presente. Un confine imposto dall’uomo o dalla natura stessa, che Paolo Ferri esplora fino in fondo nel suo libro Ai confini dell’universo. Dalle sfere celesti all’esplorazione spaziale, edito da Laterza.

All’inizio c’era solo la Terra e tutto l’esistente era concepito in funzione di essa. Un confine, questo, sostenuto dall’esperienza quotidiana e, soprattutto, imposto dalle credenze religiose. La Terra è al centro, il Sole le ruota intorno e le stelle fisse riguardano l’immutabile e l’irraggiungibile divino. Un confine difficile da scalfire, a meno di cambiare guida e metodo, a meno di tentare di spiegarlo in modo “scientifico”. Si dice che il metodo scientifico come lo intendiamo oggi sia nato con Galileo, ma già dalle prime pagine del libro di Ferri ci rendiamo conto di come lo spirito indagatorio e l’approccio scientifico e matematico facciano parte della mente umana da molto prima. Da quando Tolomeo, per primo, mise in discussione il modello di Aristotele per spiegare le osservazioni e la posizione degli astri nel cielo, ad esempio. Tentativi di descrizione della realtà ingegnosi, modelli cervellotici che oggi faremmo fatica a concepire, complicati dall’insuperabile braccio di ferro fra le credenze dell’epoca e la disobbedienza scientifica. E quando quest’ultima inizia a offrire idee più semplici, spiegazioni più eleganti e, soprattutto, verificabili, comincia la rivoluzione. Quella di Copernico, di Galileo e di coloro che hanno dato una connotazione sempre più fisica e scientifica all’esplorazione dell’universo, cominciando a cogliere il ruolo marginale e per nulla speciale che la Terra, e l’uomo, hanno in esso.

Un libro che parla di confini, ma soprattutto del loro superamento, sottolineando come questa tendenza a porre dei limiti per poi superarli sia profondamente umana da sempre. Imponiamo dei limiti per rassicurarci rispetto alla posizione in cui ci troviamo, per non sentirci persi, ma soprattutto per riacquisire la spinta e il motore per andare oltre, per vedere cosa rimane fuori.

Il libro è diviso in tre parti. Dopo una prima parte di storia della scienza, che affronta i temi sopra menzionati nel senso più didattico del termine, la seconda parte tratta dello sviluppo dell’esplorazione spaziale. Più aneddotica e attinente alla vita lavorativa di Ferri, in questa il cambio di argomento si riflette in un ritmo diverso anche nella lettura. E torna qui anche un tratto distintivo di tutti i libri dell’autore: il racconto di frammenti di vita e di esperienze personali, che arricchiscono la lettura e l’alleggeriscono. Qui i confini da superare sono quelli tecnologici: esplorare direttamente il Sistema solare fino ai suoi confini richiede saper costruire sonde adatte e imparare a gestire sfide e imprevisti quotidiani. Un’arte, quella del volo e dell’esplorazione spaziale, che si è costruita negli anni e sulla base di continue cadute e battute d’arresto. Una fra tutte, la natura stessa dell’universo, le cui dimensioni e le distanze impongono un limite (oggi) invalicabile. Per raggiungere il confine gravitazionale del Sistema solare, la nube di Oort, le sonde Voyager impiegheranno circa 28500 anni, per raggiungere la stella più vicina al Sole, Proxima Centauri, circa 74mila anni. Tempi assolutamente incompatibili con quelli della vita e dell’esplorazione umana.

Con questa consapevolezza, però, possiamo tornare sulla Terra e continuare, come avevamo cominciato, a osservare il cosmo da qui: oltre il Sistema solare, oltre la Via Lattea, oltre le galassie a noi più vicine, in un terreno che gli scienziati oggi chiamano cosmologia. Dove telescopi terrestri e spaziali e strumenti sempre più sofisticati sono riusciti a farci parlare il linguaggio dell’universo lontano, a renderci familiari distanze infinite e presenze impalpabili, come la materia oscura, l’energia oscura, le onde gravitazionali. Di confini ce ne sono ancora tanti da superare, con la tecnologia ma soprattutto con le idee. I problemi con la nostra visione del cosmo di oggi si accumulano, le incongruenze si moltiplicano, le tensioni emergono. È la crisi della cosmologia di cui parla Ferri nelle ultime pagine del libro, la tensione di Hubble, le teorie alternative fino ad arrivare al confine estremo dell’universo osservabile. Sarà l’ultimo?

Pagine che non vogliono dare risposte, ma ribadire l’atteggiamento che ci ha portati fin qui, quello che guida scienziati ed esploratori come lo stesso Ferri nel porsi ogni giorno nuove domande fino a trovare quella giusta. Un libro che non esclude nessuno, dagli appassionati di storia agli appassionati di scienza e di astronomia, fino a coloro che si chiedono per la prima volta com’è che il telescopio spaziale Webb riesce a fare immagini tanto belle o come riusciamo a manovrare orbiter, rover ed elicotteri su Marte. Buona lettura.

 
 

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